Il 17 giugno, data in cui è stato arrestato Enzo Tortora, è la data che dovrebbe ricordare ogni anno la Giornata nazionale delle vittime di errori giudiziari, ed è passata ancora una volta sotto silenzio.
Eppure non sono mancati, anche in questi giorni, episodi che avrebbero meritato una riflessione più ampia e pubblica sul ruolo della giustizia nel nostro Paese.
Due casi recenti, in particolare, hanno riportato sotto i riflettori – o, meglio, avrebbero dovuto farlo – la questione dell’uso della custodia cautelare e della debolezza di alcune imputazioni.
La prima è la vicenda di Marjan Jamali, donna iraniana giunta in Italia con il figlio di otto anni, che ha dovuto subire 217 giorni in carcere e 300 giorni agli arresti domiciliari, prima di essere assolta con formula piena dal Tribunale di Locri. L’accusa: aver distribuito cibo e svolto ruoli di cura a bordo di un’imbarcazione di migranti, attività ritenuta – senza alcun riscontro probatorio – un favoreggiamento del traffico di esseri umani.
La seconda è quella di Maysoon Majidi, attivista curda per i diritti civili, arrestata il 31 dicembre 2023 e rimasta detenuta per 302 giorni, sempre con l’accusa – poi caduta – di essere una “collaboratrice” degli scafisti. Anche in questo caso, il giudice ha riconosciuto la totale infondatezza delle accuse.
In entrambe le vicende, ciò che colpisce è il fatto che gli accusatori siano diventati irreperibili, e che l’intero sistema accusatorio mostrasse evidenti debolezze sin dall’inizio.
Si pone, ed è doverosa, una riflessione sul senso della “obbligatorietà dell’azione penale”, del significato da attribuire all’art. 358 c.p.p., che impone anche la ricerca attiva di elementi a favore dell’indagato.
È in questi momenti che lo Stato di diritto mostra le sue crepe. E non si tratta solo di questioni penalistiche. L’arretramento della giustizia colpisce anche il diritto civile, laddove la tutela giurisdizionale viene svilita da lentezze, formalismi e inefficienze.
I casi di giustizia del lavoro, le separazioni personali, le tutele dei minori, i crediti non riscossi che segnano la linea sottile tra sopravvivenza e fallimento per tante piccole imprese e famiglie, non sono meno importanti.
La giustizia civile – troppo spesso dimenticata nel dibattito pubblico – è essa stessa presidio dello Stato di diritto. E il suo funzionamento non può essere considerato secondario rispetto ai grandi temi dell’attualità internazionale o delle tensioni geopolitiche.
Dalle aule di Locri a quelle di Teheran, fino alle macerie di Gaza, il filo che tiene insieme le vicende di Marjan Jamali e Maysoon Majidi, la repressione delle donne in Iran, e la guerra tra Israele, Gaza e l’Iran, è la lenta ma costante erosione dello Stato di diritto.
Per questo raccontare vicende come quelle di Marjan Jamali e Maysoon Majidi non è un fatto marginale. È un modo per richiamare l’attenzione sulla dignità del diritto e sulla necessità di una giustizia che sia davvero tale, in ogni ambito, per ogni persona.
La Camera Civile di Palermo, anche attraverso la voce dei suoi iscritti, intende continuare a dare spazio a queste riflessioni, con l’auspicio che anche l’informazione e le istituzioni si facciano carico di questa responsabilità.
Perché la legalità non è solo un valore, ma una pratica quotidiana.

